AICCA è lieta di invitarvi al Concerto di Natale. Domenica 18 Dicembre alle ore 17.00.

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AICCA è lieta di invitarvi a un evento d’eccezione. Domenica 18 Dicembre alle ore 17.00, presso l’Ospedale San Donato Milanese, AICCA offrirà a tutti i soci, ai pazienti ricoverati e alla cittadinanza un Concerto di Natale per salutare tutti gli amici, nel migliore dei modi, prima delle festività natalizie.
Nelle sale, di solito silenziose, dell’Ospedale risuoneranno le magiche note di Mozart e di Schubert eseguite dall’Orchestra Strumentale Morigi sotto la guida del giovane Direttore d’Orchestra Matthieu Mantanus.
Per prepararvi all’evento AICCA ha pensato di iniziare con una intervista proprio allo straordinario Direttore d’Orchestra: man mano che ci avvicineremo al 18 Dicembre vi regaleremo sempre più dettagli sull’evento.

Brevi cenni biografici: Svizzero belga nato nel 1978, Matthieu Mantanus è direttore associato di Lorin Maazel per il Festival di Castleton 2011 e direttore principale dell’Orchestra sinfonica Città di Ravenna. Parallelamente a un inizio di carriera pianistica che lo porta a suonare a Milano in sala Verdi con il Concertgebouw di Amsterdam, nel 1996 decide di dedicarsi alla direzione d’orchestra e si trasferisce a Roma per studiare con Bruno Aprea. Fondatore nel 2000 dell’orchestra “Giovani Solisti di Tirana”, partecipa da subito alla stagione del CIDIM Allegretto Albania, collaborando con artisti quali Massimo Quarta e Giorgia Tomassi. Con la stessa formazione si esibisce per la Società dei Concerti e all’Auditorium Besso di Lugano per la radio svizzera. Nel 2002 collabora con l’orchestra di Avignone dirigendo, durante il Festival, una produzione dell’Histoire du Soldat con la regia di Alain de Bock. Nel 2006 gli viene affidata, nell’ambito della Fondazione, l’orchestra sinfonica “La Verdi per tutti” con la quale si esibisce regolarmente, collaborando con artisti di fama come il pianista Simone Pedroni. Dirige nel 2008 anche all’interno del carcere di Bollate, realizzando così il primo concerto di una orchestra sinfonica in un istituto penitenziario. Nel 2009 debutta sul podio dell’Orchestra della Svizzera italiana e diventa direttore principale dell’orchestra Città di Ravenna. Ottimo divulgatore, nel 2009 scrive per Feltrinelli il libro “Una giornata Eroica” per raccontare Beethoven ai ragazzi ed è ideatore per l’AsLiCo – Teatro di Como del progetto “Orchestra in gioco” e del concerto-spettacolo “Eroica” in scena da dicembre 2010. Nella stagione 2011-2012, Mantanus debutterà alla guida dell’Orchestra Filarmonica Toscanini di Parma e dei Pomeriggi Musicali di Milano. Per maggiori informazioni:
www.matthieumantanus.com

Ecco a voi l’intervista a Matthieu Mantanus (intervista a cura di Serena Savini)

Matthieu, com’è nata la sua passione per la musica?

Credo che sia nata insieme a me, e, da quanto mi raccontano i miei, si sia manifestata quasi da subito. Però la spinta ad iniziare uno strumento è arrivata quando avevo 5 anni: i miei genitori mi avevano portato con loro in un piccolo viaggio in Italia (abitavamo in Svizzera) per assistere al concerto di un loro amico organista e direttore. Passarono a salutarlo in mattinata nella sala dove si svolgevano le prove con l’orchestra che lui dirigeva e io rimasi affascinato. Non riuscirono più a farmi uscire, e così mi vidi la prova intera per due ore senza muovermi. Tornati a casa, dichiarai a mia madre che volevo suonare l’organo. Lei mi convinse a questo punto di iniziare con il pianoforte, fisicamente più adatto a un bambino di appena cinque anni. E da allora non ho mai più smesso.



Qual è l’aspetto più affascinante della sua professione?

Senz’altro la relazione con l’orchestra. È l’aspetto più affascinante ma anche più complesso, quello che ci metti di più a capire e gestire. L’orchestra è lo strumento del direttore per fare musica, però è composto da persone che a loro volta suonano uno strumento. Questo doppio livello porta il direttore a non aver rapporti diretti con ciò che fa il suono (un violino, o una tromba) ma solo una relazione, tra l’altro praticamente muta, con chi dovrà creare il suono. E bisognerà convincere dei musicisti di entrare in una logica interpretativa, a rispettare determinate scelte musicali che forse non condividono. Io venivo dal pianoforte, e a diciotto anni, quando dopo il diploma di perfezionamento, ho deciso di “passare” alla direzione d’orchestra, l’impatto è stato molto duro. Ci ho messo tanti anni a superare questo scoglio prima di riuscire a trasmettere all’orchestra quello che prima esprimevo tramite il mio pianoforte. Però bisogna ammettere che l’emozione, quando funziona, è anche moltiplicata per 100!



Spesso è difficile avvicinare un bambino alla musica classica. Che strategie ci consiglia?

Penso che la musica possa accompagnare il bambino nel suo sviluppo da quando è piccolo. Per esempio consiglio a tutti corsi di ritmica per i piccolissimi, perché aiutano anche lo sviluppo motorio e il coordinamento. Poi quando ci si avvicina ad uno strumento, il genitore deve tener conto di tre fattori fondamentali:
a. il bambino non può farlo da solo, ha bisogno dell’appoggio e l’inquadramento dei suoi genitori. Innanzitutto del loro interesse a sostegno di questa sua attività. Non pensate che il vostro figlio tutti i giorni vi chiederà di studiare il proprio strumento: toccherà ai genitori inserire questa attività nella sua agenda dando una regolarità all’impegno. Magari rimettendolo ciclicamente in discussione confrontandosi con il bambino sui pro e i contro e lasciando a lui l’ultima parola, per esempio ogni sei mesi, o ogni anno scolastico.
b. non bisogna mai superare i limiti di concentrazione del bambino, che dipendono dalla sua età e adottare un metodo pedagogico che presenti lo strumento come modo per esprimere una creatività propria, non come una montagna da scalare. A cinque anni, il bambino vuole scoprire il mondo, non prendersi degli impegni gravosi! Agli inizi, bastano anche solo 10 minuti ogni giorno, passati vicino al proprio genitore o chi per lui.
c. considerate sempre che la musica non è un fine in sé: il vostro bambino non studia pianoforte o violino o il fagotto per forza nell’ottica di diventare musicista “da grande”. La musica è una dei pilastri della nostra cultura, è un linguaggio vivo che mette in relazione con le proprie emozioni: conoscere la musica è come parlare una lingua in più: una porta aperta su un mondo che non potrà che arricchire lo sviluppo e il pensiero del bambino, a prescindere dalle sue capacità specifiche. Quando poi suona uno strumento che lo consente, proponetegli di suonare in un orchestra. Ne esistono alcune a Milano. Suonare insieme è una delle esperienze più gratificanti che siano e sviluppa le capacità sociali e d’interazione del bambino, insegnando l’ascolto e l’interdipendenza tra le persone, la disciplina. Tra l’altro il risultato ottenuto in un gruppo è molto più gratificante di quello ottenuto da solo in salotto.



Quanto è importante la musica nelle situazioni di disagio?

Penso che lo sia quanto lo è ogni possibilità di espressione. La musica ha in più la capacità di esprimere sentimenti e sensazioni che mai nessuna parola potrà definire: chi sa esprimersi attraverso la musica non ha più bisogno di tenersi dentro questo magma caotico di emozioni indefinite: possono emergere ed è una valvola di sfogo salvifica. E si sa quanto l’equilibrio psicologico, al quale l’espressione musicale può contribuire, sia importante per accompagnare la guarigione fisica.



Per quali motivi secondo lei la musica classica riesce a far emergere le emozioni e a curare il cuore degli uomini?

È una domanda alla quale tentiamo di rispondere da millenni. L’idea che mi sono fatto è che la musica arriva all’uomo attraverso i sensi senza che passi dalla ragione. E ha un impatto sul nostro fisico: la prima reazione alla musica nel bambino è il movimento, il ballo. La musica riesce a creare dei legami nel nostro cervello con il sistema motorio senza logica apparente. Pensate anche soltanto al respiro, quanto è importante in musica, e quanto sia uno dei punti chiavi per esempio della meditazione in quanto controlla il nostro stato d’animo, sfrutta canali che sfuggono alla nostra intelligenza, andando ad interagire con le leve più nascoste del nostro essere. Ma è e rimarrà un mistero!



Lei ha iniziato molto giovane. Come ha affrontato le sfide della sua carriera?

La carriera di musicista, e a posteriori quella di direttore, è davvero ardua. Il fatto è che non vorrei fare nient’altro come professione. E dunque affronto con rassegnata testardaggine le sfide, le sconfitte e, quando arrivano, anche le vittorie che mi fanno progredire nella vita. Se a vent’anni tutto sembra a portata di mano, a trenta uno si rende conto che era un’illusione ottica, ma che ogni passo su questo lungo cammino permette giorno dopo giorno di guadagnare in forza, in competenza, in capacità. E le sfide che ho da affrontare oggi, ringrazio di non aver avuto l’opportunità di affrontarle prima: con il senno di poi, non avrei saputo come gestirle. Anche se dirigo da ormai 15 anni, penso di essere un direttore solo da un paio.